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mercoledì 20 maggio 2020

Parole / Words


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mercoledì 22 aprile 2020

Ingegnerie della divinazione (4)


Una diversa cultura

Diverso invece dovrebbe essere l’atteggiamento, di chi affronta gli studi sul futuro, nei confronti di una cultura orientale dove l’equilibri dello Yin e dello Yang, del positivo e del negativo, sono in netto contrasto con l’etica, oseremmo dire manichea, della cultura occidentale. Per rimanere fuori dalla rivoluzione scientifica occidentale si rivolga l’attenzione all’I Ching il libro dei mutamenti.[1]
Scriveva John Blofeld nella sua ampia introduzione, che “gli autori del Libro della Mutazione non consideravano il futuro come inalterabile.”

Essi pensavano in termini di potenti sequenze di mutamento, in base a un corso regolare, con risultati pronosticabili, come il processo delle quattro stagioni, oppure come un fiume, che ora scorre in mezzo a gole strette, ora si fa strada battendosi fra le rocce, ora scorrendo calmo e lento: la sua acqua essendo destinata prima o poi a raggiungere il mare. Non erano fatalisti i quali insegnassero che gli uomini non hanno alcun controllo sul proprio destino. Un uomo che nuota con la corrente può, a ragione, scegliere la rotta. E anche se tenta di nuotare contro la corrente e in mezzo a vortici infidi la sua distruzione può essere promossa o procrastinata, entro certi limiti, dal suo stesso agire. [2]

Affascinato dalla potenza simbolica e al tempo stesso etica dell’ I Ching lo stesso Gustav Jung che ne aveva curato una edizione nel 1949, così scriveva:

Per capire in generale di che cosa tratti un simile libro è imperativo buttare a mare certi pregiudizi della mentalità occidentale. E' curioso che un popolo dotato e intelligente come i cinesi non abbia mai prodotto ciò che noi chiamiamo "scienza". La nostra "scienza", però, si basa sul principio di causalità, e la causalità è considerata verità assiomatica. Ma un grande cambiamento è ormai avviato. Gli assiomi della causalità sono scossi nelle loro fondamenta: ora sappiamo che quello che noi chiamiamo leggi di natura non sono altro che verità statistiche, costrette perciò ad ammettere delle eccezioni. Non abbiamo tenuto abbastanza conto del fatto che, per dimostrare la validità invariabile delle leggi di natura, abbiamo bisogno del laboratorio con le sue incisive restrizioni. Se lasciamo che la natura faccia da sè, vediamo un quadro ben differente: ogni processo subisce interferenze parziali o totali ad opera del caso, e in misura tale che in circostanze naturali un corso di eventi che si conformi in tutto e per tutto a leggi specifiche rappresenta quasi un'eccezione. La mentalità cinese, quale io la vedo all'opera nell'I Ching, sembra preoccuparsi esclusivamente dell'aspetto accidentale degli eventi. Ciò che noi chiamiamo coincidenza sembra essere la cosa della quale questa peculiare mentalità s'interessa principalmente, mentre ciò che noi adoriamo come causalità passa quasi inosservato. Dobbiamo ammettere che qualche cosa si possa dire in favore dell'immensa importanza del caso. Una quantità incalcolabile di sforzi umani è rivolta a combattere e limitare i danni o i rischi rappresentati dal caso. Spesso le considerazioni teoriche su causa ed effetto appaiono pallide e polverose a paragone degli effetti pratici del caso. […]

Proprio il rapporto tra causalità e casualità trova in questo trattato una prospettiva assolutamente diversa da quanto noi occidentali abbiamo ormai sedimentato negli statuti epistemologici della nostra civiltà. Jung, per molti aspetti un pensatore “irregolare” sullo scenario europeo, così continuava:

Il modo in cui l'I Ching tende a considerare la realtà implica un giudizio poco favorevole per i nostri procedimenti causalistici. L'istante che sta sotto osservazione appare all'antica visione cinese più come un colpo di fortuna che come il risultato ben definito di catene causali concorrenti. Ciò che interessa sembra essere la configurazione che gli eventi accidentali assumono al momento dell'osservazione, e niente affatto le ragioni ipotetiche che apparentemente rendono conto della coincidenza. Mentre la mentalità occidentale pone ogni cura nel vagliare, pesare, scegliere, classificare, isolare, l'immagine che il cinese si fa del momento racchiude ogni cosa fino al più minuto e assurdo particolare, perché l'istante osservato è il totale di tutti gli ingredienti. […]
Questa teoria implica un certo strano principio che io ho denominato sincronicità, un concetto che formula un punto di vista diametralmente opposto a quello della causalità. Quest'ultimo, essendo una verità meramente statistica e non assoluta, è una specie di ipotesi di lavoro sul modo in cui gli eventi evolvono l'uno dall'altro, mentre la sincronicità considera particolarmente importante la coincidenza degli eventi nello spazio e nel tempo, scorgendovi qualche cosa di più che il mero caso, e cioè una peculiare interdipendenza degli eventi oggettivi tra loro, come pure tra essi e le condizioni soggettive (psichiche) dell'osservatore o degli osservatori. […]

E alla fine delle sue considerazioni quasi chiedeva scusa al suo pubblico nell’affrontare “psicologicamente” questa visione del mondo così contrastante con la scienza occidentale, anche se proprio nella prima metà del Novecento la stessa scienza più avanzata poneva con la fisica quantistica i primi dubbi metodici sui concetti di tempo e di spazio, di causa ed effetto.

Devo confessare che durante la stesura della prefazione non mi ero sentito troppo a mio agio, giacché, per il mio senso di responsabilità verso la scienza, non ho l'abitudine di asserire qualcosa che non posso provare o almeno presentare come accettabile alla ragione. E' un compito ingrato, in verità tentare di presentare a un pubblico moderno e non privo di senso critico una raccolta di arcaiche "formule magiche" con l'idea di renderle piò o meno accettabili. Io mi sono accinto a questo compito perché ritengo che nel modo di pensare degli antichi cinesi vi sia ben più di quanto possa sembrare a prima vista. L'I Ching insiste continuamente sull'importanza di conoscere sè stessi. Il metodo con cui si dovrebbe arrivare a questa conoscenza si presta ad abusi d'ogni genere, e non è fatto, quindi, per le persone frivole e immature; come non è fatto per gli pseudointellettuali e i razionalisti. […]
E' chiaro che il metodo mira alla conoscenza di sè, sebbene attraverso i millenni sia stato anche messo al servizio della superstizione.
E' ovvio che io sono profondamente convinto del valore della conoscenza di sè; ma che senso ha raccomandare questa conoscenza quando i maggiori saggi di ogni tempo ne hanno predicato la necessità senza successo? Persino all'occhio più prevenuto è chiaro che questo libro rappresenta una sola, lunga esortazione a esaminare con cura il proprio carattere, il proprio comportamento e le proprie motivazioni. […]
Zurigo, 1949

E così in un mondo sempre più globalizzato dove i fenomeni entropici tendono a uniformizzare e ad appiattire le culture, le mistiche orientali rimangono forse indenni a presidiare nuovi spazi alle visioni del futuro.
Quando nel 1995 Tiziano Terzani racconterà i suoi viaggi per mare e per terra compiuti nel 1993, senza mai prendere un aereo, perché un indovino gli aveva previsto un grosso rischio se avesse volato, l’idea della divinazione (magica e irrazionale) arrivò ben oltre la schiera dei creduloni. Se da un lato il giornalista di “Der Spiegel” incominciò il suo cammino mistico nelle filosofie orientali, dall’altro non pochi interrogativi si riaprirono anche alla scienza ufficiale.
Ma poiché la nostra cultura rimane fortemente arroccata intorno all’occidente non possiamo fare a meno di ritornare sui nostri passi, inseguendo gli effetti della scienza nuova, delle istanze filosofiche dell’illuminismo e della centralità di un sapere positivo fondato sulle matematiche.


[1] Il Libro dei Mutamenti (Yìjīng, I Ching) conosciuto anche come Zhou Yi ovvero I Mutamenti (della dinastia) Zhou, è il primo dei testi classici cinesi. I Ching fu introdotto in Europa da Gottfried Wilhelm von Leibniz nella sua pubblicazione del 1697 Novissima sinica.
[2] I-Ching il libro della mutazione, a cura di John Blofeld, Milano : Mondadori, 1973, p. 63.

giovedì 16 aprile 2020

Buena suerte...


… intorno al caso, alle sue storie e alla sua prevedibile imprevedibilità.

“… casus eventusque rerum, qui plerumque fortuiti sunt, sed ratio etiam causaeque noscantur…” non spaventiamoci di fronte al latino, arriva subito la traduzione. Si tratta di un famoso passo delle Storie di Cornelio Tacito (Historiae, I. 4) che recita così: “… affinché si conoscano gli eventi casuali che sono del tutto fortuiti, ma anche le ragioni e le cause…” 

Questo sarebbe il compito dello storico. Ma poiché tutti sanno che “la storia NON è maestra di vita” allora bisogna cercare di esplorare altre pieghe della nostra cultura: perché caso e fortuna, sorte e catastrofi da sempre hanno intrigato filosofi e scienziati, ma anche scrittori e indovini. Non per nulla gli oroscopi, come la Smorfia Napoletana, anche se non hanno alcun fondamento di scientificità né di certezza, sono seguiti da milioni di individui di ogni estrazione sociale.

Poiché la storia è fatta di parole, prima ancora di esplorare la fortuna e il caso, sino ad arrivare alle teorie matematiche che cercano di scoprirne i meccanismi occulti, che è poi l’argomento delle storie (vere) narrate in questo fumetto, ecco che una esplorazione sull’origine dei termini che in questi oscuri ambiti si incontreranno può essere di qualche utilità.

La chance, inglese e francese, deriva attraverso il francese medievale dal latino cadentia che, come del resto il casus hanno a che fare con il “cadere” e con l’accadere. La Fortuna, nel pantheon dei Romani era la dea della buona sorte che come la sua consorella greca Tyche, garantiva la prosperità e il benessere. Anche nel caso di Tyche l’etimologia la faceva derivare dal verbo tunkano che significa “accadere”: era la figlia di Teti e di Oceano e il suo diretto legame con l’elemento primordiale con l’acqua la legava indissolubilmente al principio vitale. Questa divinità era approdata in Italia sin dai tempi più remoti e a Preneste, come ad Anzio, le era dedicato un tempio molto conosciuto per una sede oracolare. Nella sua iconografia la Fortuna portava una cornucopia ricca di frutti, segno di abbondanza, e reggeva un timone come segno del suo controllo del destino. Spesso era rappresentata in piedi su una sfera a dimostrare l’instabilità e la incertezza della sorte. Questo modello continuò ad essere vivo anche in tempi più recenti.

L’Alciato, autore di una ricca iconologia barocca, ci pone di fronte alla Fortuna che si accompagna ad Ermete, o Mercurio. L’Emblema XCIX intitolato Ars naturam adiuvans (la tecnica che aiuta la natura) pone la Fortuna in bilico su una sfera, mentre Ermes, il protettore delle arti e dei mestieri, siede saldamente su un cubo: Così recitano i versi latini (ma qui se ne riporta solo la traduzione):

“Come la Fortuna danza sulla sfera, così Ermete siede su un cubo: questo governa le tecniche), e quella i diversi eventi della sorte. La tecnica è fatta per contrastare la forza della fortuna: ma alle arti, quando c’è la cattiva sorte, spesso bisogna ricorrere. O gioventù diligente, impara le buone arti, che di certo si accompagnano ai vantaggi di una buona ventura.”



Sempre Andrea Alciato, nel suo famoso trattato Emblemata pubblicato ad Augusta in Germania nel 1531, presenta un’immagine raffigurante tre fanciulle che giocano ai dadi. Sotto l’incisione si legge la frase: “le sfortune sono sempre dietro l’angolo” e sembra proprio anticipate la famosa Legge di Murphy che dice che “se una cosa deve andare storta andrà storta”. A ulteriore commento di questa scena, in cui i veri protagonisti sono i tre dadi, si legge un breve apologo tratto dalla Anthologia graeca (9.158): “Un tempo tre ragazze coetanee giocavano ai dadi per scoprire chi per prima tra di loro sarebbe passata a miglior vita. Una volta gettati i dadi quella che dalla sorte dei dadi era stata designata rideva disprezzando il destino a lei vaticinato. Ma essa improvvisamente morì per il crollo del tetto e così pagò la sua insolenza. Nelle sventure la mala sorte non può essere evitata, ma anche nelle situazioni più favorevoli né le preghiere né le azioni hanno effetto.”

I dadi da sempre, anche quando ancora non erano cubi ma semplici astragali, si sono legati a una vastissima mitologia di destini Intorno ai dadi si sviluppa tutta una mitologia di destini fortunati e nefasti. “Tu ritieni che Dio giochi a dadi…”, scriveva Albert Einstein al suo amico Niels Bohr in una lettera del 4 dicembre 1926, dimostrando il suo tormento nell’accettare il paradosso del caso in un mondo che si vorrebbe retto da regole matematiche e concludeva che “Dio non gioca ai dadi con l’Universo. Dio è ingegnoso, ma non disonesto”, e in queste parole si rileva il profondo dilemma tra Caso e necessità, che è il titolo del famoso saggio pubblicato nel 1970 dal Premio Nobel 1965 per la Medicina, Jacques Monod. Ma rimanendo ancora per qualche istante nel mondo classico ritorniamo ai versi del poeta greco Agazia, ritrovati nella Antologia palatina che prese il nome dalla Biblioteca Palatina di Heidelberg dove ne fu trovato il manoscritto:

“Gioco e non altro è questo: nei colpi di dadi che privi / son di ragione, mostra fa di sé la Fortuna, / e della vita qui l’imago vedrai malsicura / or trionfando ed ora precipitando al basso. / E nella vita e nel gioco dei dadi quell’uomo lodiamo / che sa tener misura nella gioia e nel cruccio.” (Ant. Pal. IX, 768, trad. di Ettore Romagnoli)

Altre parole però nel corso dei tempi si sono legate alla fortuna e alla buona (o cattiva) sorte. La parola tedesca Glück (e non Glucke che vuol dire “chioccia”) e quella inglese luck, entrambe per indicare la buona sorte e la felicità, hanno origini nelle primitive lingue germaniche che risalgono al 15° secolo. Diversa sarebbe la storia del termine hazard, da cui il nostro gioco d’azzardo. Hasard è nel 14° secolo in Francia un gioco di dadi. Sembra che la parola derivi dall’arabo al-zahr, che significa appunto “dado”, arrivata in Francia attraverso la Spagna. Mentre il termine random, così caro ai matematici che l’hanno fatta diventare persino una funzione RND per la generazione di numeri casuali (di essi farò cenno più avanti) ha anch’esso origini medievali: giunse in Inghilterra dal francese medievale randon che stava a significare una corsa impetuosa e disordinata, come la fuga da un campo di battaglia.

A questo punto forse varrebbe la pena di aprire una parentesi sulla parola “rischio” di cui tanto si parla di fronte alle catastrofi naturali (e umane) dove la cattiva sorte spesso viene evocata a giustificazione di reali responsabilità. Gli antichi Romani, nella loro pragmatica saggezza, affermavano che il rischio era definibile dall’insieme di tre concetti: alea, periculum e discrimen. Anche se sono parole latine penso che il loro significato sia facilmente comprensibile. Il primo determina appunto l’aleatorietà del caso, il secondo ne definisce gli effetti nefasti, ma proprio il terzo, il discrimen, pone nel rischio l’intenzionalità di chi ne è responsabile, proprio come accade anche per chi giocando ai dadi ha la libertà di scegliere la posta. E il rischio come il caso sono i protagonisti negli eventi cruciali della storia. Ce lo insegnano i grandi politici e i grandi strateghi e il famoso trattato L’arte della guerra di Sun Zu afferma che “i successi dei Maestri dell’Arte della guerra non dipendono dalla fortuna”. Questa massima ci riporta in un mondo lontano dalla nostra cultura “occidentale” dove la dualità dello yin e dello yang è alla base dell’equilibrio del mondo. Affermava Lao Tzu nel Tao Te Ching che “La fortuna si origina dalla sfortuna, / la sfortuna si nasconde nella fortuna. / Chi ne conosce il culmine? / Quei che non corregge. / La correzione si converte in falsità, / il bene si converte in presagio di sventura…” (LVIII – Adattarsi alle vicissitudini) e qui sarebbe lungo addentrarci nel Libro dei mutamenti I-Ching dove la tecnica divinatoria fondata sui famosi trigrammi, che ispirarono a Gottfried Leibniz l’algebra binaria, se pur fondata sulla casualità resta pur sempre in perfetto equilibrio tra yin e yang, tra positivo e negativo. Proprio intorno a questi concetti si articolano antiche e moderne teorie del caso e della fortuna, non sempre governate dal “rigore della scienza”.



Il libro di Joostens Paschier intitolato Iustii Pascasii De Alea libri duo, pubblicato ad Amsterdam nel 1642 che illustrava giochi e teorie sul gioco dei dadi fu un grandissimo successo. Ma nella storia della matematica sarà l’opera postuma dello svizzero Jakob Bernoulli, l’Ars Conjectandi del 1713, a fondare la moderna teoria delle probabilità che cento anni dopo troverà un’altra pietra miliare nell’Essai Philosophique sur les Probabilités del conte Pierre Simon de Laplace. La sempre maggiore fiducia nei risultati forniti dalle “scienze esatte” aprirà così la strada al positivismo deterministico e a una smisurata fiducia nel poter prevedere il futuro.

Scriveva Laplace «Possiamo considerare lo stato attuale dell'universo come l'effetto del suo passato e la causa del suo futuro. Un intelletto che ad un determinato istante dovesse conoscere tutte le forze che mettono in moto la natura, e tutte le posizioni di tutti gli oggetti di cui la natura è composta, se questo intelletto fosse inoltre sufficientemente ampio da sottoporre questi dati ad analisi, esso racchiuderebbe in un'unica formula i movimenti dei corpi più grandi dell'universo e quelli degli atomi più piccoli; per un tale intelletto nulla sarebbe incerto ed il futuro proprio come il passato sarebbe evidente davanti ai suoi occhi». 

Ma intanto si continuava a scommettere sulla fortuna perché una teoria che regoli i giochi del caso ancora non è nata in quanto sappiamo che “basta il battito d’ali di una farfalla a scatenare un uragano”: ce lo insegna la teoria del caos.

Se i dadi sono stati la prima macchina del caso, con la meccanizzazione della vita civile, conseguenza della prima e della seconda rivoluzione industriale, anche la tecnologia ha voluto la sua e nella seconda metà dell’Ottocento non mancano brevetti di strani dispositivi per il lancio dei dadi in modo da renderne automatica la funzione. A questo punti incomincia la storia di Charles Fey nato il 2 febbraio 1862 in Baviera. Emigrato prima in Francia e poi a Londra fece il suo apprendistato presso un costruttore di strumenti nautici. A ventitré anni si trasferì in America dove nel 1885 trovò lavoro in California alla Electric Works: erano gli anni in cui nascevano le slot machine e nuove innovazioni le rendevano più seducenti. La "Horseshoe Slot Machine" del 1893 inventata da Gustav Friedrich Wilhelm Schultze fu la prima ad avere un sistema automatico di inserimento delle monetine. Due anni dopo Fey ne modificò l’ultima versione rendendola la macchina più popolare del momento. Fu l’occasione per Fey e per il suo socio Theodore Holtz di mettersi in proprio. La ‘Liberty Bell’, una slot machine che richiamava il Policy Lottery Game, fu il primo grande successo della neonata Slot Machine Factory. La storia delle case da gioco, e soprattutto della nascita della fama di Las Vegas come la conosciamo oggi, è ben nota e il cinema non la dimentica. 

Ma anche l’arte che nella sua immediatezza (ossia non ha bisogno di traduzioni) non solo diventa rappresentazione fedele (e quindi deterministica) del reale, ma spesso sconfina nell’informale dove ordine e caos si confondono. “il senso della eterna dialettica fra ordine e case lo mette bene in scena Jackson Pollockn – scrive Paolo Legrenzi  nel suo saggo Regole e caso (Bologna : il Mulino, 2017) – Quegli spruzzi di colore sono caduti casualmente o sono intenzionali e cogliono esprimere qualcosa? […] Ma alla fine il puzzle si compone e ciò che è accaduto si rivela sempre anche destino.”

Le vicende di Gwyneth Paltrow nel film Sliding Doors ci ricordano ancora che basta un nulla per cambiare il corso degli eventi e il recente saggio Lampi (Torino : Einaudi, 2011) del fisico Albert-Làszlò Barabàsi ci aiuta a capire il comportamento umano cercando di rispondere alla domanda se sia possibile prevedere il futuro, sempre imprevedibile. Barabàsi afferma che «esiste una differenza fondamentale tra ciò che facciamo e quanto siamo prevedibili». Quando si considerano le azioni, come le distanze percorse nei viaggi quotidiani o il numero di email inviate, è normale che vi siano casi anomali, ma quando si considera la prevedibilità delle azioni ciò significa che «le implacabili leggi della statistica» ci ricordano che - come nel caso dei dadi - i casi anomali sono proibiti. E così possiamo con certezza affermare che un Casinò non potrà mai perdere.

A questo punto incomincia la storia che Philippe Charlier e Richard Guérinau ci raccontano nel loro “fumetto”. Una storia che ci prende per mano nelle avventure matematiche delle teorie (e qui volutamente uso il plurale) della probabilità.

lunedì 13 aprile 2020

François Jullien, tra Cina e Occidente



Trattato dell'efficacia, François Jullien. Giulio Einaudi Editore ...

Pensare l'efficacia in Cina e in Occidente eBook: Jullien ...

Copertina anteriore

Per essere efficaci: modellizzare 
Fatto questo preambolo, e chiarita così la prospettiva in cui
mi muovo, mi soffermerò stasera specificamente su una
questione, le cui ricadute penso vi riguardino da vicino, in
quanto impegnati in funzioni di gestione aziendale e
management: la questione dell’efficacia. Per cogliere come i
greci (e noi per eredità) da una parte, i cinesi dall’altra
abbiano potuto concepire in maniera differente ciò che in
prima istanza definirei, in termini comuni, l’efficacia o la
strategia. Trattandosi di un punto sul quale il faccia-a-faccia
fra le due culture può essere stabilito con facilità, le due
concezioni dell’efficacia, greca e cinese, possono scrutarsi e
illuminarsi a vicenda, o in altri termini riflettersi l’una
nell’altra. A mio parere, la modalità greca di concepire
l’efficacia può essere così riassunta: per essere efficace, io
costruisco una forma modello, ideale, di cui traccio un piano
e che mi pongo come obiettivo; poi inizio ad agire in base al
piano e in funzione dell’obiettivo. Si ha, quindi, prima la
modellizzazione, la quale poi invoca la propria applicazione.
Ciò conduce il pensiero classico europeo a concepire
l’intervento congiunto di due facoltà: l’intelletto che, come
dice Platone, “concepisce in vista del meglio” (che è la forma
ideale); poi la volontà che si impegna per fare entrare la forma
ideale, progettata, nella realtà.  
[...] Ispirata a questa preoccupazione di base – fare crescere –, su
cui continua a ritornare, l’efficacia cinese si caratterizza
dunque soprattutto per due termini: essa opera in maniera
indiretta e discreta, attraverso l’influsso, come la natura.
Mentre il rapporto mezzo-fine conduce a pensare l’efficacia
– per esempio in Clausewitz – come la via “più corta” per
giungere al fine perseguito, l’efficacia cinese è indiretta in
quanto procede dai fattori favorevoli, o che vengono resi tali,
come conseguenza implicita, e non da un qualsiasi progetto.
Il carattere indiretto riguarda il fatto che non ci si aspetta alcun
effetto reale, effettivo, se non inserito nel corso di un
processo e passante per esso. Così avviene quando si sarchia
alla base di una pianta per farla crescere. “Fare crescere”: un
tale fare, per faticoso che sia, non rappresenta altro che
l’appoggio, non soffocante, di una crescita che si dispiega da
sé. Favorire ciò che mi è favorevole, si è detto, e allora
l’effetto procederà dalla situazione stessa. Non sarò più io che
pianifico e voglio, ma sono le condizioni coinvolte,
opportunamente sfruttate, che condurranno al risultato; in
altri termini, lavoreranno per me. All’inizio c’è il soggetto o
la situazione: il pensiero cinese parte dalla situazione
piuttosto che dall’Io-soggetto.
(F. Jullien, Pensare l'efficacia in Cina e in Occidente, Roma-Bari : Laterza, 2006)

giovedì 19 marzo 2020

Tre parole, tre concetti... in cinese

Crisi: 危機 (Wéijī) = 危 (pericolo, -so) + 機 (opportunità)
Pericolo: 危險 (Wéixiǎn) = 危 (pericolo, -so) + 險 (rischio)
Rischio: 風險 (Fēngxiǎn) = 風 (vento) + 險 (rischio)


機 cinese trad. (机 cinese semplif.) 
= chance, opportunità, macchina

机械工程师 (Jīxiè gōngchéngshī)
= ingegnere meccanico