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mercoledì 20 maggio 2020

Parole / Words


Filo / Thread / 线 (Xiàn)
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Tela / Web / 网路 (Wǎng lù)
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Mappa / Map / 地图 (Dìtú)

mercoledì 22 aprile 2020

I concetti dell'ingegneria (filosofica)

Non solo opposizioni, ma scarti

Caso e Necessità
Sorte o Fortuna
Spazio e Tempo
Causa ed Effetto
Efficacia e Rendimento
Arte e Tecnica
Scienza e Tecnica
Quantità e Qualità
Passato e Futuro
Ragione e Memoria
Disegno e Scrittura
Segno e Simbolo
Concreto e Astratto
Oriente e Occidente
Obiettivo e Situazione
Teoria e Pratica
Mezzo e Fine
Modello ed Esperienza
Lavoro e Fatica
Ordine e Disordine




giovedì 16 aprile 2020

Buena suerte...


… intorno al caso, alle sue storie e alla sua prevedibile imprevedibilità.

“… casus eventusque rerum, qui plerumque fortuiti sunt, sed ratio etiam causaeque noscantur…” non spaventiamoci di fronte al latino, arriva subito la traduzione. Si tratta di un famoso passo delle Storie di Cornelio Tacito (Historiae, I. 4) che recita così: “… affinché si conoscano gli eventi casuali che sono del tutto fortuiti, ma anche le ragioni e le cause…” 

Questo sarebbe il compito dello storico. Ma poiché tutti sanno che “la storia NON è maestra di vita” allora bisogna cercare di esplorare altre pieghe della nostra cultura: perché caso e fortuna, sorte e catastrofi da sempre hanno intrigato filosofi e scienziati, ma anche scrittori e indovini. Non per nulla gli oroscopi, come la Smorfia Napoletana, anche se non hanno alcun fondamento di scientificità né di certezza, sono seguiti da milioni di individui di ogni estrazione sociale.

Poiché la storia è fatta di parole, prima ancora di esplorare la fortuna e il caso, sino ad arrivare alle teorie matematiche che cercano di scoprirne i meccanismi occulti, che è poi l’argomento delle storie (vere) narrate in questo fumetto, ecco che una esplorazione sull’origine dei termini che in questi oscuri ambiti si incontreranno può essere di qualche utilità.

La chance, inglese e francese, deriva attraverso il francese medievale dal latino cadentia che, come del resto il casus hanno a che fare con il “cadere” e con l’accadere. La Fortuna, nel pantheon dei Romani era la dea della buona sorte che come la sua consorella greca Tyche, garantiva la prosperità e il benessere. Anche nel caso di Tyche l’etimologia la faceva derivare dal verbo tunkano che significa “accadere”: era la figlia di Teti e di Oceano e il suo diretto legame con l’elemento primordiale con l’acqua la legava indissolubilmente al principio vitale. Questa divinità era approdata in Italia sin dai tempi più remoti e a Preneste, come ad Anzio, le era dedicato un tempio molto conosciuto per una sede oracolare. Nella sua iconografia la Fortuna portava una cornucopia ricca di frutti, segno di abbondanza, e reggeva un timone come segno del suo controllo del destino. Spesso era rappresentata in piedi su una sfera a dimostrare l’instabilità e la incertezza della sorte. Questo modello continuò ad essere vivo anche in tempi più recenti.

L’Alciato, autore di una ricca iconologia barocca, ci pone di fronte alla Fortuna che si accompagna ad Ermete, o Mercurio. L’Emblema XCIX intitolato Ars naturam adiuvans (la tecnica che aiuta la natura) pone la Fortuna in bilico su una sfera, mentre Ermes, il protettore delle arti e dei mestieri, siede saldamente su un cubo: Così recitano i versi latini (ma qui se ne riporta solo la traduzione):

“Come la Fortuna danza sulla sfera, così Ermete siede su un cubo: questo governa le tecniche), e quella i diversi eventi della sorte. La tecnica è fatta per contrastare la forza della fortuna: ma alle arti, quando c’è la cattiva sorte, spesso bisogna ricorrere. O gioventù diligente, impara le buone arti, che di certo si accompagnano ai vantaggi di una buona ventura.”



Sempre Andrea Alciato, nel suo famoso trattato Emblemata pubblicato ad Augusta in Germania nel 1531, presenta un’immagine raffigurante tre fanciulle che giocano ai dadi. Sotto l’incisione si legge la frase: “le sfortune sono sempre dietro l’angolo” e sembra proprio anticipate la famosa Legge di Murphy che dice che “se una cosa deve andare storta andrà storta”. A ulteriore commento di questa scena, in cui i veri protagonisti sono i tre dadi, si legge un breve apologo tratto dalla Anthologia graeca (9.158): “Un tempo tre ragazze coetanee giocavano ai dadi per scoprire chi per prima tra di loro sarebbe passata a miglior vita. Una volta gettati i dadi quella che dalla sorte dei dadi era stata designata rideva disprezzando il destino a lei vaticinato. Ma essa improvvisamente morì per il crollo del tetto e così pagò la sua insolenza. Nelle sventure la mala sorte non può essere evitata, ma anche nelle situazioni più favorevoli né le preghiere né le azioni hanno effetto.”

I dadi da sempre, anche quando ancora non erano cubi ma semplici astragali, si sono legati a una vastissima mitologia di destini Intorno ai dadi si sviluppa tutta una mitologia di destini fortunati e nefasti. “Tu ritieni che Dio giochi a dadi…”, scriveva Albert Einstein al suo amico Niels Bohr in una lettera del 4 dicembre 1926, dimostrando il suo tormento nell’accettare il paradosso del caso in un mondo che si vorrebbe retto da regole matematiche e concludeva che “Dio non gioca ai dadi con l’Universo. Dio è ingegnoso, ma non disonesto”, e in queste parole si rileva il profondo dilemma tra Caso e necessità, che è il titolo del famoso saggio pubblicato nel 1970 dal Premio Nobel 1965 per la Medicina, Jacques Monod. Ma rimanendo ancora per qualche istante nel mondo classico ritorniamo ai versi del poeta greco Agazia, ritrovati nella Antologia palatina che prese il nome dalla Biblioteca Palatina di Heidelberg dove ne fu trovato il manoscritto:

“Gioco e non altro è questo: nei colpi di dadi che privi / son di ragione, mostra fa di sé la Fortuna, / e della vita qui l’imago vedrai malsicura / or trionfando ed ora precipitando al basso. / E nella vita e nel gioco dei dadi quell’uomo lodiamo / che sa tener misura nella gioia e nel cruccio.” (Ant. Pal. IX, 768, trad. di Ettore Romagnoli)

Altre parole però nel corso dei tempi si sono legate alla fortuna e alla buona (o cattiva) sorte. La parola tedesca Glück (e non Glucke che vuol dire “chioccia”) e quella inglese luck, entrambe per indicare la buona sorte e la felicità, hanno origini nelle primitive lingue germaniche che risalgono al 15° secolo. Diversa sarebbe la storia del termine hazard, da cui il nostro gioco d’azzardo. Hasard è nel 14° secolo in Francia un gioco di dadi. Sembra che la parola derivi dall’arabo al-zahr, che significa appunto “dado”, arrivata in Francia attraverso la Spagna. Mentre il termine random, così caro ai matematici che l’hanno fatta diventare persino una funzione RND per la generazione di numeri casuali (di essi farò cenno più avanti) ha anch’esso origini medievali: giunse in Inghilterra dal francese medievale randon che stava a significare una corsa impetuosa e disordinata, come la fuga da un campo di battaglia.

A questo punto forse varrebbe la pena di aprire una parentesi sulla parola “rischio” di cui tanto si parla di fronte alle catastrofi naturali (e umane) dove la cattiva sorte spesso viene evocata a giustificazione di reali responsabilità. Gli antichi Romani, nella loro pragmatica saggezza, affermavano che il rischio era definibile dall’insieme di tre concetti: alea, periculum e discrimen. Anche se sono parole latine penso che il loro significato sia facilmente comprensibile. Il primo determina appunto l’aleatorietà del caso, il secondo ne definisce gli effetti nefasti, ma proprio il terzo, il discrimen, pone nel rischio l’intenzionalità di chi ne è responsabile, proprio come accade anche per chi giocando ai dadi ha la libertà di scegliere la posta. E il rischio come il caso sono i protagonisti negli eventi cruciali della storia. Ce lo insegnano i grandi politici e i grandi strateghi e il famoso trattato L’arte della guerra di Sun Zu afferma che “i successi dei Maestri dell’Arte della guerra non dipendono dalla fortuna”. Questa massima ci riporta in un mondo lontano dalla nostra cultura “occidentale” dove la dualità dello yin e dello yang è alla base dell’equilibrio del mondo. Affermava Lao Tzu nel Tao Te Ching che “La fortuna si origina dalla sfortuna, / la sfortuna si nasconde nella fortuna. / Chi ne conosce il culmine? / Quei che non corregge. / La correzione si converte in falsità, / il bene si converte in presagio di sventura…” (LVIII – Adattarsi alle vicissitudini) e qui sarebbe lungo addentrarci nel Libro dei mutamenti I-Ching dove la tecnica divinatoria fondata sui famosi trigrammi, che ispirarono a Gottfried Leibniz l’algebra binaria, se pur fondata sulla casualità resta pur sempre in perfetto equilibrio tra yin e yang, tra positivo e negativo. Proprio intorno a questi concetti si articolano antiche e moderne teorie del caso e della fortuna, non sempre governate dal “rigore della scienza”.



Il libro di Joostens Paschier intitolato Iustii Pascasii De Alea libri duo, pubblicato ad Amsterdam nel 1642 che illustrava giochi e teorie sul gioco dei dadi fu un grandissimo successo. Ma nella storia della matematica sarà l’opera postuma dello svizzero Jakob Bernoulli, l’Ars Conjectandi del 1713, a fondare la moderna teoria delle probabilità che cento anni dopo troverà un’altra pietra miliare nell’Essai Philosophique sur les Probabilités del conte Pierre Simon de Laplace. La sempre maggiore fiducia nei risultati forniti dalle “scienze esatte” aprirà così la strada al positivismo deterministico e a una smisurata fiducia nel poter prevedere il futuro.

Scriveva Laplace «Possiamo considerare lo stato attuale dell'universo come l'effetto del suo passato e la causa del suo futuro. Un intelletto che ad un determinato istante dovesse conoscere tutte le forze che mettono in moto la natura, e tutte le posizioni di tutti gli oggetti di cui la natura è composta, se questo intelletto fosse inoltre sufficientemente ampio da sottoporre questi dati ad analisi, esso racchiuderebbe in un'unica formula i movimenti dei corpi più grandi dell'universo e quelli degli atomi più piccoli; per un tale intelletto nulla sarebbe incerto ed il futuro proprio come il passato sarebbe evidente davanti ai suoi occhi». 

Ma intanto si continuava a scommettere sulla fortuna perché una teoria che regoli i giochi del caso ancora non è nata in quanto sappiamo che “basta il battito d’ali di una farfalla a scatenare un uragano”: ce lo insegna la teoria del caos.

Se i dadi sono stati la prima macchina del caso, con la meccanizzazione della vita civile, conseguenza della prima e della seconda rivoluzione industriale, anche la tecnologia ha voluto la sua e nella seconda metà dell’Ottocento non mancano brevetti di strani dispositivi per il lancio dei dadi in modo da renderne automatica la funzione. A questo punti incomincia la storia di Charles Fey nato il 2 febbraio 1862 in Baviera. Emigrato prima in Francia e poi a Londra fece il suo apprendistato presso un costruttore di strumenti nautici. A ventitré anni si trasferì in America dove nel 1885 trovò lavoro in California alla Electric Works: erano gli anni in cui nascevano le slot machine e nuove innovazioni le rendevano più seducenti. La "Horseshoe Slot Machine" del 1893 inventata da Gustav Friedrich Wilhelm Schultze fu la prima ad avere un sistema automatico di inserimento delle monetine. Due anni dopo Fey ne modificò l’ultima versione rendendola la macchina più popolare del momento. Fu l’occasione per Fey e per il suo socio Theodore Holtz di mettersi in proprio. La ‘Liberty Bell’, una slot machine che richiamava il Policy Lottery Game, fu il primo grande successo della neonata Slot Machine Factory. La storia delle case da gioco, e soprattutto della nascita della fama di Las Vegas come la conosciamo oggi, è ben nota e il cinema non la dimentica. 

Ma anche l’arte che nella sua immediatezza (ossia non ha bisogno di traduzioni) non solo diventa rappresentazione fedele (e quindi deterministica) del reale, ma spesso sconfina nell’informale dove ordine e caos si confondono. “il senso della eterna dialettica fra ordine e case lo mette bene in scena Jackson Pollockn – scrive Paolo Legrenzi  nel suo saggo Regole e caso (Bologna : il Mulino, 2017) – Quegli spruzzi di colore sono caduti casualmente o sono intenzionali e cogliono esprimere qualcosa? […] Ma alla fine il puzzle si compone e ciò che è accaduto si rivela sempre anche destino.”

Le vicende di Gwyneth Paltrow nel film Sliding Doors ci ricordano ancora che basta un nulla per cambiare il corso degli eventi e il recente saggio Lampi (Torino : Einaudi, 2011) del fisico Albert-Làszlò Barabàsi ci aiuta a capire il comportamento umano cercando di rispondere alla domanda se sia possibile prevedere il futuro, sempre imprevedibile. Barabàsi afferma che «esiste una differenza fondamentale tra ciò che facciamo e quanto siamo prevedibili». Quando si considerano le azioni, come le distanze percorse nei viaggi quotidiani o il numero di email inviate, è normale che vi siano casi anomali, ma quando si considera la prevedibilità delle azioni ciò significa che «le implacabili leggi della statistica» ci ricordano che - come nel caso dei dadi - i casi anomali sono proibiti. E così possiamo con certezza affermare che un Casinò non potrà mai perdere.

A questo punto incomincia la storia che Philippe Charlier e Richard Guérinau ci raccontano nel loro “fumetto”. Una storia che ci prende per mano nelle avventure matematiche delle teorie (e qui volutamente uso il plurale) della probabilità.

La causa e la causalità



Il caso e la necessità, di Jacques Monod

Commento al libro di Jacques Monod


da: Dizionario di Ingegneria, diretto da Federico Filippi, Torino: Utet, 1971-1978

caso fortuna ivar ekeland etienne lecroart sonda
Caso o fortuna? un fumetto
(con una introduzione di Vittorio Marchis)

Lessici filosofici


Ripensare l'efficienza



L'efficacia nella vita politica

COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

ART. 39.
L’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme stabilite dalla legge. È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica. I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.

ART. 77.
Il Governo non può, senza delegazione delle Camere, emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria. Quando, in casi straordinari di necessità e d’urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni. I decreti perdono efficacia sin dall'inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione. Le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti.

ART. 136.
Quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione. La decisione della Corte è pubblicata e comunicata alle Camere ed ai Consigli regionali interessati, affinché, ove lo ritengano necessario, provvedano nelle forme costituzionali.

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POST SCRIPTUM

Nel Codice Civile, a parte gli articoli che trattano del "rendimento" di un conto corrente bancario, il termine fa la sua comparsa solo nell'Art. 1120 (Innovazioni), che al Titolo VII tratta "della comunione".

"I condomini, con la maggioranza indicata dal quinto comma dell'art. 1136, possono disporre tutte le innovazioni dirette al miglioramento o all'uso più comodo o al maggior rendimento delle cose comuni".

lunedì 13 aprile 2020

Efficacia in Platone


Efficacia / efficace
1 ἐνεργητικός, 2 ἐνεργός, 3 δυνατός

SOCRATE: Vi sono poi altre arti che realizzano per intero il loro scopo mediante il discorso, e che di attività pratica non hanno per così dire alcun bisogno, o un bisogno del tutto marginale, come ad esempio l'aritmetica, la scienza del calcolo, la geometria, la scienza del gioco della scacchiera e molte altre arti, alcune delle quali hanno la parte teorica pressoché equivalente a quella pratica, mentre la maggior parte di esse prevede più discorsi che attività pratica, e la loro azione e la loro efficacia si realizza interamente per mezzo di discorsi. Mi pare che tu stia dicendo che la retorica è una di queste. (Platone, Gorgia)

TIMEO: Con quanta gioia, o Socrate, come se riposassi dopo un lungo cammino, mi libero ora volentieri del corso del ragionamento. Quel dio, nato un tempo nella realtà e ora nato da poco a parole, io prego che ci garantisca la conservazione, tra tutto ciò che è stato detto, di quelle cose che sono state dette con misura, e se, senza avvedercene, dicemmo qualcosa di stonato su di loro, di infliggere la giusta pena. Ma giusta punizione è rendere intonato colui che stona; affinché dunque in futuro facciamo discorsi corretti sull'origine degli dèi, preghiamo di fornirci la conoscenza, potentissimo ed efficacissimo tra i rimedi. Dopo aver così pregato, lasciamo, conformemente a quanto convenuto, il seguito del ragionamento a Crizia. (Platone, Timeo)

SOCRATE Prova, allora, a metterla così. Poniamo che mentre siamo lì lì per fuggire di qui (o comunque vogliamo chiamare questa cosa) venissero le leggi e la città tutta, si piazzassero davanti a noi e ci chiedessero: “Dimmi, Socrate, che cosa hai in mente di fare? Quale può essere il tuo intento, con questo gesto, se non di fare quanto ti è possibile per distruggere noi, le leggi, e la città intera?... O pensi che possa sopravvivere, e non essere sovvertita, una città in cui le sentenze pronunciate non hanno efficacia, e possono essere invalidate e annullate da privati cittadini?”. Cosa rispondere, o Critone, a queste o simili domande? Certo, ci sarebbe molto da dire (più di tutti ci riuscirebbe un retore) in difesa della legge che violerei, che impone che le sentenze pronunciate abbiano vigore. Preferiremo forse dare loro una risposta del tipo “la città ci ha fatto un’ingiustizia, emettendo una sentenza scorretta”? Diremo questo, o che altro? (Platone, Critone)

«Supponi dunque», continuai, «che anche noi, per quanto ci era possibile, facessimo un lavoro del genere quando sceglievamo i soldati e li educavamo nella musica e nella ginnastica; pensa che il nostro unico scopo era di persuaderli ad accogliere in sé nel miglior modo possibile le leggi come una tintura, affinché la loro opinione sulle cose temibili e sulle altre diventasse indelebile grazie alla natura e all'educazione adeguata che avevano ricevuto, e la loro tintura non fosse slavata da questi detersivi tanto efficaci a cancellare: il piacere, che nel produrre tale effetto è più potente di qualsiasi calestrea o lisciva, il dolore, la paura, il desiderio, più forti di qualsiasi altro sapone. Questa facoltà di salvaguardare pienamente l'opinione corretta e legittima su ciò che temibile e ciò che non lo è, io la chiamo e la considero coraggio, se tu non hai nulla da obiettare». (Platone, Repubblica)

«Allora tu», continuai, «che sei il loro legislatore, sceglierai le donne così come hai scelto gli uomini, in modo da unire persone il più possibile simili per natura; ed essi, avendo case e pasti in comune, dal momento che nessuno possiede niente del genere a titolo personale, vivranno assieme e frequentandosi nei ginnasi e nelle restanti attività educative saranno indotti da una necessità innata ad accoppiarsi. Non ti sembra che stia enunciando una conseguenza necessaria?» «Sì », rispose, «una conseguenza dettata da necessità non geometriche, ma erotiche, che probabilmente ha più efficacia dell'altra nel persuadere e sedurre il volgo!». (Platone, Repubblica)

«Ma il discorso attuale», insistetti, «rivela che questa facoltà insita nell'anima di ciascuno e l'organo che permette di apprendere devono essere distolti dal divenire assieme a tutta l'anima, così come l'occhio non può volgersi dalla tenebra alla luce se non assieme all'intero corpo, finché non risultino capaci di reggere alla contemplazione dell'essere e della sua parte più splendente; questo, secondo noi, è il bene. O no?» «Sì ».«Può quindi esistere», proseguii, «un'arte della conversione, che insegni il modo più facile ed efficace di girare quell'organo. Non si tratta di infondervi la vista, bensì , presupponendo che l'abbia, ma che non sia rivolto nella giusta direzione e non guardi là dove dovrebbe, di adoperarsi per orientarlo da questa parte».
(Platone, Repubblica)

«Qual è?» «Poiché la città», risposi, «è stata divisa in tre parti alle quali corrisponde una tripartizione anche nell'anima di ogni individuo, a mio parere si potrà accettare anche un'altra dimostrazione». «Quale?» «Questa. Se le parti sono tre, mi pare che siano tre anche i piaceri, ognuno proprio di ciascuna parte; lo stesso vale per i desideri e le cariche». «Che cosa vuoi dire?», domandò. «La prima parte, lo ripetiamo, era quella con cui l'uomo apprende, la seconda quella per cui prova gli impulsi; quanto alla terza, a causa della sua molteplicità non abbiamo saputo definirla con un nome appropriato, ma l'abbiamo denominata in base al suo carattere più importante ed efficace: l'abbiamo chiamata concupiscibile, per l'intensità dei desideri relativi ai cibi, alle bevande, ai piaceri amorosi e a tutti gli altri che si accompagnano a questi, e avida di ricchezze, perché questi desideri vengono soddisfatti soprattutto grazie al denaro». (Platone, Repubblica)


François Jullien, tra Cina e Occidente



Trattato dell'efficacia, François Jullien. Giulio Einaudi Editore ...

Pensare l'efficacia in Cina e in Occidente eBook: Jullien ...

Copertina anteriore

Per essere efficaci: modellizzare 
Fatto questo preambolo, e chiarita così la prospettiva in cui
mi muovo, mi soffermerò stasera specificamente su una
questione, le cui ricadute penso vi riguardino da vicino, in
quanto impegnati in funzioni di gestione aziendale e
management: la questione dell’efficacia. Per cogliere come i
greci (e noi per eredità) da una parte, i cinesi dall’altra
abbiano potuto concepire in maniera differente ciò che in
prima istanza definirei, in termini comuni, l’efficacia o la
strategia. Trattandosi di un punto sul quale il faccia-a-faccia
fra le due culture può essere stabilito con facilità, le due
concezioni dell’efficacia, greca e cinese, possono scrutarsi e
illuminarsi a vicenda, o in altri termini riflettersi l’una
nell’altra. A mio parere, la modalità greca di concepire
l’efficacia può essere così riassunta: per essere efficace, io
costruisco una forma modello, ideale, di cui traccio un piano
e che mi pongo come obiettivo; poi inizio ad agire in base al
piano e in funzione dell’obiettivo. Si ha, quindi, prima la
modellizzazione, la quale poi invoca la propria applicazione.
Ciò conduce il pensiero classico europeo a concepire
l’intervento congiunto di due facoltà: l’intelletto che, come
dice Platone, “concepisce in vista del meglio” (che è la forma
ideale); poi la volontà che si impegna per fare entrare la forma
ideale, progettata, nella realtà.  
[...] Ispirata a questa preoccupazione di base – fare crescere –, su
cui continua a ritornare, l’efficacia cinese si caratterizza
dunque soprattutto per due termini: essa opera in maniera
indiretta e discreta, attraverso l’influsso, come la natura.
Mentre il rapporto mezzo-fine conduce a pensare l’efficacia
– per esempio in Clausewitz – come la via “più corta” per
giungere al fine perseguito, l’efficacia cinese è indiretta in
quanto procede dai fattori favorevoli, o che vengono resi tali,
come conseguenza implicita, e non da un qualsiasi progetto.
Il carattere indiretto riguarda il fatto che non ci si aspetta alcun
effetto reale, effettivo, se non inserito nel corso di un
processo e passante per esso. Così avviene quando si sarchia
alla base di una pianta per farla crescere. “Fare crescere”: un
tale fare, per faticoso che sia, non rappresenta altro che
l’appoggio, non soffocante, di una crescita che si dispiega da
sé. Favorire ciò che mi è favorevole, si è detto, e allora
l’effetto procederà dalla situazione stessa. Non sarò più io che
pianifico e voglio, ma sono le condizioni coinvolte,
opportunamente sfruttate, che condurranno al risultato; in
altri termini, lavoreranno per me. All’inizio c’è il soggetto o
la situazione: il pensiero cinese parte dalla situazione
piuttosto che dall’Io-soggetto.
(F. Jullien, Pensare l'efficacia in Cina e in Occidente, Roma-Bari : Laterza, 2006)

Efficacia / Rendimento

Alcune grandezze tipiche dell'ingegneria (ma non solo):


Efficienza e Efficiacia: se si sfoglia il Dizionario di ingegneria, fondato da Eligio Perucca nella seconda edizione rinnovata e accresciuta da Federico Filippi (Torino, Utet, 1968-1977) alla voce “rendimento” si legge: 
Volendo razionalizzare l’uso dei termini rendimento, efficienza, efficacia, resa, il primo di essi dovrebbe essere riservato a indicare il rapporto adimensionato, sempre ≤1, di due quantità di energia, rispettivamente utile e spesa.
In pratica però il termine “rendimento” (e talvolta non si sa bene perché, dicesi anche rendimento “specifico”) è usato per indicare il rapporto di due grandezze fisiche omogenee, misurate con la stessa unità di misura e in cui al denominatore appare sempre l’ammontare della grandezza di cui si è dovuto “far uso” per compiere una certa operazione (o una serie di operazioni) mentre al numeratore appare l’ammontare della stessa grandezza che risulta elaborato e utilizzato in detta operazione. Di conseguenza il rendimento è sempre grandezza fisica adimensionata e <1.
La “resa” propriamente dovrebbe essere termine utilizzato per indicare il rapporto tra due grandezze non equidimensionate utile a caratterizzare la convenienza di una certa operazione, la “efficacia” , che etimologicamente significa la capacità di produrre l’effetto adeguato o conveniente, sul medesimo Dizionario si legge che «il termine sarebbe ben più corretto in molti casi di efficienza o rendimento». L’efficienza invece è termine normalmente viene utilizzato sempre per indicare un rapporto tra due grandezze equidimensionate ma in questo caso, a differenza del rendimento essa può esprimere un numero che può risultare anche maggiore dell’unità. Si parla infatti di efficienza “di un profilo alare”, “di un diffusore”, “di scambio di materia”, “di comunicazioni”, eccetera.

Efficienza ed efficacia in economia aziendale




domenica 5 aprile 2020

La filosofia, oggi



Heidegger e la tecnica

Martin Heidegger è certamente stato uno dei maggiori filosofi del Novecento e la sua visione della tecnica merita di essere analizzata con attenzione, anche per non cadere in contraddizioni generate dalla moda indotta dagli studi condotti sul suo pensiero che nel corso degli anni ha subito profonde evoluzioni.

“L’essenza della tecnica non è affatto qualcosa di tecnico” (Martin Heidegger, La questione della tecnica in Saggi e discorsi, 1954)

Un video su YouTube, di Federico Sollazzo

Franco Volpi, uno dei maggiori studiosi di Martin Heidegger, presenta il filosofo tedesco, "da Platone alla tecnica".

Dasein, Gestell e Aletheia: tre parola heideggeriane

mercoledì 1 aprile 2020

Modello

"A è un modello della realtà B per un osservatore C se l'osservatore C ponendo domande al modello A riceve risposte relative alla realtà B" (Marvin Minsky)

giovedì 26 marzo 2020

Rivoluzione / Revolution /



...

工业革命
(Gōngyè gémìng)
= lavoro + industria + pelle + vita



 Rivoluzioni tecnologiche



Ingegneria e Filosofia





I grandi temi della filosofia

Alcuni anni fa è stato pubblicato nelle edizioni del Sole 24 Ore il volume di Nigel Warburton, sui Grandi temi della filosofia: questo l'indice.

Risultato immagini per Nigel Warburton, Filosofia
Nigel Warburton, Filosofia. I grandi temi, Milano : il Sole 24 Ore, 2007

Ora questo libro è disponibile presso l'editore Einaudi:
Nigel Warburton, Il primo libro di filosofia, Torino: Einaudi, 2014.

INDICE

INTRODUZIONE 11
l. LA FILOSOFIA E LA SUA STORIA 12
2. PERCHÉ STUDIARE LA FILOSOFIA? 14
3. LA VITA SOTTO ESAME 14
4. IMPARARE A PENSARE . 16
5. PIACEVOLEZZA DELLA FILOSOFIA 16
6. LA FILOSOFIA È DIFFICILE? 17
7. l LIMITI DELLA FILOSOFIA 18
8. COME USARE QUESTO LIBRO 19

l. DIO 21
l. L' ARGOMENTO TELEOLOGICO 22
2. CRITICHE ALL'ARGOMENTO TELEOLOGICO 24
3. IL PRINCIPIO ANTROPICO 27
4. CRITICA AL PRINCIPIO ANTROPICO 28
5. L' ARGOMENTO COSMOLOGICO 29
6. CRITICHE ALL'ARGOMENTO COSMOLOGICO 30
7. L' ARGOMENTO ONTOLOGICO 32
8. CRITICHE ALL'ARGOMENTO ONTOLOGICO 33
9. CONOSCENZA , DIMOSTRAZIONE ED ESISTENZA DI DIO - 35
10. IL PROBLEMA DEL MALE 36
11. TENTATIVI DI SOLUZIONE DEL PROBLEMA DEL MALE - 37
12. L'ARGOMENTO DEL LIBERO ARBITRIO  39
1 3 . CRITICHE ALL'ARGOMENTO DEL LIBERO ARBITRIO 40
1 4 . L'ARGOMENTO DEI MIRACOLI 44
1 5 . HUME E l MIRACOLI 45
1 6. L'ARGOMENTO DEL GIOCATORE D ' AZZARDO: LA SCOMMESSA DI PASCAL 49
1 7 . CRITICHE ALL'ARGOMENTO DEL GIOCATORE 5 1
1 8 . CONCEZIONE NON-REALISTA DI DIO 52
1 9 . CRITICHE ALLA CONCEZIONE NON-REALISTA DI DIO _ 53
20 . MORTE 56
21 . CRITICA DI EPICURO 5 8
22. NOIA DELL'IMMORTALITÀ
23 . CRITICA DELL'ARGOMENTO BASATO SULLA NOIA DELL' IMMORTALITÀ 59
24 . CONCLUSIONE 60

Il . GIUSTO E SBAGLIATO 6 1
l . TEORIE DEONTOLOGICHE 62
2 . ETICA CRISTIANA · 62
3 . CRITICHE ALL'ETICA CRISTIANA 64
4. ETICA KANTIANA 66
5 . CRITICHE ALL'ETICA KANTIANA 7 1
6. CONSEQUENZIALISMO 74
7 . UTILITARISMO 74
8 . CRITICHE ALL'UTILITARISMO 75
9. UTILITARISMO NEGATIVO 80
10. CRITICA ALL'UTILITARISMO NEGATIVO 81
11. UTILITARJSMO DELLA REGOLA 82
12. TEORIA DELLE VIRTÙ 83
13. CRITICHE ALLA TEORIA DELLE VIRTÙ 85
14. ETICA APPLICATA 86
15. ETICA E METAETICA 90
16. NATURALISMO 91
17. CRITICHE AL NATURALISMO 92
18. RELATIVISMO 94
19. CRITICHE AL RELATIVISMO MORALE 96
20 . EMOTIVISMO 97
21 . CRITICHE ALL' EMOTIVISMO 98
22. CONCLUSIONE . 100

III . POLITICA 101
l. UGUAGLIANZA 10 1
2. UGUAGLIANZA NELLA DISTRIBUZIONE DEL DENARO _ 103
3. CRITICHE ALL'UGUAGLIANZA NELLA DISTRIBUZIONE DEL DENARO . 104
4. UGUAGLIANZA DELLE OPPORTUNITÀ DI LAVORO 107
5. DISCRIMINAZIONE INVERSA 108
6. CRITICHE ALLA DISCRIMINAZIONE INVERSA 109
7. UGUAGLIANZA POLITICA : DEMOCRAZIA 111
8. DEMOCRAZIA DIRETTA 112
9. DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA 113
10. CRITICHE ALLA DEMOCRAZIA 113
11. LIBERTÀ 116
12. L IBERTÀ NEGATIVA 116
13. CRITICHE ALLA LIB ERTÀ NEGATIVA 117
14. LIBERTÀ POSITIVA 118
15. LIBERTÀ DI PAROLA 119
16. CRITICHE A MILL SULLA LIBERTÀ DI PAROLA 121
17. LA PUNIZIONE 123
18. PUNIZIONE COME DISTRIBUZIONE 123
19. CRITICHE AL RETRIBUTIVISMO 124
20 . DETERRENZA 125
21 . CRITICHE ALLA DETERRENZA 126
22. PROTEZIONE DELLA SOCIETÀ 127
23. CRITICHE ALLA CONCEZIONE DELLA PUNIZIONE COME PROTEZIONE DELLA SOCIETÀ 127
24 . RIEDUCAZIONE 128
25 . CRITICHE ALLA CONCEZIONE DELLA PUNIZIONE COME CORREZIONE 129
26. DISOBBEDIENZA CIVILE 130
27 . CRITICHE ALLA DISOBBEDIENZA CIVILE 133
28 . CONCLUSIONE 135

IV. lL MONDO ESTERNO 1 36
l . REALISMO DEL SENSO COMUNE 1 36
2 . SCETTICISMO E TESTIMONIANZE DEI SENSI 1 37
3 . L'ARGOMENTO · DELL'ILLUSIONE 1 38
4. CRITICA ALL'ARGOMENTO DELL'ILLUSIONE 1 39
5 . SOGNI 1 40
6. ALLUCINAZIONI 1 42
7 . MEMORIA E LOGICA 1 44
8 . «PENSO DUNQUE SONO» 1 46
9 . CRITICA AL COGITO . 1 46
1 0 . REALISMO RAPPRESENTATIVO 1 47
1 1 . CRITICHE AL REALISMO RAPPRESENTATIVO 1 49
1 2 . IDEALISMO . 1 5 1
1 3 . CRITICHE ALL'IDEALISMO 1 52
14. FENOMENISMO 1 56
1 5 . CRITICHE AL FENOMENISMO 1 57
1 6 . REALISMO CAUSALE . 1 58
1 7 . CRITICHE AL REALISMO CAUSALE 1 60
1 8 . CONCLUSIONE 1 6 1

V. LA SCIENZA 1 62
l . LA CONCEZIONE INGENUA DEL METODO SCIENTIFICO - 1 63
2 . CRITICHE ALLA CONCEZIONE INGENUA DELLA SCIENZA - 1 64
3. IL PROBLEMA DELL' INDUZIONE 168
4. INFERENZA ALLA MIGLIORE SPIEGAZIONE 170
5. UN ALTRO ASPETTO DEL PROBLEMA DELL' INDUZIONE _ 1 72
6. TENTATIVI DI SOLUZIONE DEL PROBLEMA
DELL' INDUZIONE 174
7. FALSIFICAZIONISMO: CONGETTURA E CONFUTAZIONE _ 176
8. CRITICHE AL FALSIFICAZIONISMO 180
9. SCIENTISMO 184
10. CRITICHE ALLO SCIENTISMO 184
11. CONCLUSIONE 185

VI. LA MENTE 186
l. FILOSOFIA DELLA MENTE E PSICOLOGIA 186
2. IL PROBLEMA MENTE!CORPO 187
3. ZOMBI 188
4. DUALISMO 189
5. CRITICHE AL DUALISMO 190
6. DUALISMO SENZA INTERAZIONE 193
7. FISICALISMO 195
8. LA TEORIA DELL' I DENffiÀ DEI TIPI 195
9. CRITICHE ALLA TEORIA DELL' IDENTITÀ DEI TIPI 197
10. TEORIA DELL' IDENTITÀ DELLE OCCORRENZE 20 1
11. CRITICA ALLA TEORIA DELL' IDENTITÀ DELLE OCCORRENZE 202
1 2. COMPORTAMENTISMO 203
1 3 . CRITICHE AL COMPORTAMENTISMO 204
1 4 . FUNZIONALISMO 208
1 5 . CRITICA AL FUNZIONALISMO 209
1 6 . ALTRE MENTI 2 1 1
1 7 . L'ARGOMENTO PER ANALOGIA 2 1 2
1 8 . CRITICA ALL'ARGOMENTO PER ANALOGIA 2 1 3
1 9 . CONCLUSIONE 2 1 4

VII . L'ARTE 2 1 6
l . Si PUÒ DEFINIRE L'ARTE? 2 1 7
2 . LA CONCEZIONE DELLE SOMIGLIANZE DI FAMIGLIA 2 1 7
3 . CRITICA ALLA CONCEZIONE DELLE SOMIGLIANZE DI FAMIGLIA 2 1 8
4 . LA TEORIA DELLA FORMA SIGNIFICANTE 2 1 9
5 . CRITICHE ALLA TEORIA DELLA FORMA SIGNIFICANTE 220
6. LA TEORIA IDEALISTICA 222
7 . CRITICHE ALLA TEORIA IDEALISTICA 223
8 . LA TEORIA ISTITUZIONALE 224
9. CRITICHE ALLA TEORIA ISTITUZIONALE 226
10. CRITICA 229
1 1 . ANTI-INTENZIONALISMO 229
1 2 . CRITICHE ALLA CONCEZIONE ANTI·INTENZIONALISTA 230
1 3 . ESECUZIONE, INTERPRETAZIONE , FEDELTÀ 232
1 4 . FEDELTÀ STORICA DELL'ESECUZIONE 233
1 5 . CRITICHE ALL'IDEA DELLA FEDELTÀ STORICA DELL'ESECUZIONE 234
1 6 . FALSIFICAZIONI E VALORE ARTISTICO 235
1 7 . CONCLUSIONE 240

lunedì 23 marzo 2020

Le storie delle parole: istruzioni per l'uso

Indispensalibri - Storie di parole



Versi e storie di parole. Ediz. illustrata

A parte il suggerimento che può derivare da questi libri per ragazzi esiste una vasta letteratura che attraverso la storiografia linguistica arriva a noi con molti racconti.

Storie di parole arabe

Storie di parole italiane: Angelico Prati






cover

 Le “Parole in gioco” di Stefano Bartezzaghi

Ma anche in rete esiste un'ampia documentazione che può servire a sviluppare un primo approccio alla storia di una parola.

file:///C:/Users/dimeas/Downloads/200-771-1-PB.pdf

ISTRUZIONI OPERATIVE:
  1. Cercare i termini sui dizionari storici, individuando le prime comparse del termine
  2. Non limitarsi alla lingua italiana, ma curiosare nelle lingue a noi più prossime
  3. Cercare la presenza dei termini all'interno della saggezza popolare e dei proverbi
  4. Farsi aiutare dalla poesia
  5. E' possibile, con attenzione e senza esagerare, anche andare oltre con la fantasia e inventare immaginarie origini delle parole.
  • L'eponimo (dal greco ἐπώνυμος, composto di ἐπί, «sopra», e ὄνομα, «nome»; cioè «soprannominatore») è un personaggio, sia esso reale o fittizio, che dà il suo nome a una città, un luogo geografico, una dinastia, un periodo storico, un movimento artistico, o altro. (fonte: Wikipedia)
  • Per esempio fu J. Montague (1718-1792), conte di Sandwich, a dare il nome al tramezzino che si portava appresso quando giocava lunghe partite a carte, per non interromperle con la pausa pranzo.
  • Ma si potrebbe anche inventare che la "caramella" prese il nome da Madame Emile Caramelle, confettiera di Maria Antonietta della Francia del Settecento.



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